Dall’indipendenza nel 1943, seguita
dai primi problemi interni tra le diverse confessioni e fazioni
religiose nel ’58 e poi dall’ arrivo dell’ondata di profughi
palestinesi nel 1969 per arrivare alla guerra civile del 1975 e
poi fino a questi giorni, per il Libano “dopo ogni crisi, la
situazione peggiora ed è difficile vedere la luce”. Monsignor
Cesar Essayan, vescovo latino di Beirut, ha deciso di lasciare
il suo paese per un paio di giorni per portare la sua
testimonianza direttamente a Fa’ la cosa giusta!, la fiera del
consumo critico e degli stili di vita sostenibili che chiude
oggi a Fiera Milano Rho. “È da tanto che in Libano è dura, ma
mai come oggi”, ha detto.
Il vescovo ha raccontato che al momento sono oltre mille i
morti, migliaia i feriti e 800.000 mila gli sfollati che a
Beirut sono soprattutto domestici e badanti che, rimasti soli
dopo la fuga di molte famiglie, sono costretti a dormire nei
parcheggi a pagamento o davanti alle moschee o nelle chiese.
“Si vive in uno stato di oppressione e minaccia quotidiana con
rumore di bombe e ronzio di droni israeliani costante – ha detto
Essayan – La crisi socioeconomica è terribile con l’80% della
popolazione sotto la soglia di povertà. Le scuole e le
università sono aperte ma lo stress è fortissimo. Come se non
bastasse, i politici libanesi si sono riuniti d’emergenza non
per trovare soluzioni ma per prolungare il loro mandato di due
anni”.
“Non si è abbastanza riflettuto e fatto i conti con la memoria
– ha aggiunto – Non si è riusciti a completare il sistema
multiconfessionale che agli occhi del mondo è un modello di
possibile convivenza interreligiosa, come hanno evidenziato i
papi Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco, fino a Papa
Leone XIII: il punto di partenza potrebbe essere l’Enciclica
‘Fratelli tutti’ di Papa Francesco”.
All’incontro hanno partecipato anche don Carlo Giorgi,
giornalista, tra i fondatori di Terre di mezzo, da nove anni in
Libano e oggi sacerdote nel Vicariato di Beirutg e il nuovo
Console generale del Libano a Milano Ziad Taan, che ha portato
un messaggio di fiducia “nella capacità del mosaico religioso
che è il Libano di superare questa ennesima crisi più forte e
unito di prima”.
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