Uno ha ammesso di aver “sbagliato”
e l’altro invece, nel tentativo di difendersi, si è contraddetto
più volte fino ad arrivare a dire di non aver avuto “la
percezione corretta e precisa di quel che stava accadendo” e di
aver usato lo spray urticante per interrompere l’aggressione. E’
la sintesi dell’esame reso oggi in aula dai due agenti della
Polizia Locale di Milano accusati di lesioni nei confronti di
Bruna, la transessuale che nel maggio del 2023 si era opposta
alle procedure di identificazione e aveva dato in escandescenza,
da loro poi aggredita a manganellate e a spruzzi di sostanza
irritante quando era a terra “in posizione di resa” e “con le
mani alzate”.
Gli imputati, ai quali è stato contestato anche il falso per
aver omesso di segnalare nel rapporto di servizio i particolari
sulle presunte violenze, nel rispondere alla pm Giancarla
Serafini, alla giudice Marina Colabraro, alle difese e ai legali
di parte civile, hanno riportato alla ribalta una vicenda ai
tempi ripresa con i telefonini e postata sui social da alcuni
cittadini e finita al centro di un acceso il dibattito.
Il primo ad essere interrogato è stato l’autista della
pattuglia allertata perché nei pressi del parco Trotter c’era
una persona “riottosa, verbalmente aggressiva” e che avrebbe
dato fastidio anche ai bimbi che stavano entrando a scuola. “Se
mi riguardo in quelle immagini – ha detto – ancora adesso non mi
riconosco”. Per quale motivo ha colpito con il bastone
distanziatore alla testa Bruna?: “E’ stato uno sbaglio”, ha
risposto l’agente.
Il suo collega invece ha dato una versione “incongruente” con
le immagini raccolte nelle indagini salvo poi, messo alle
strette dalle domande, correggere il tiro.
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