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Riserve di gas e petrolio, l’Italia regge alla crisi ma il rischio prezzi resta alto

di Redazione News Milano
05/03/2026
Riserve di gas e petrolio, l’Italia regge alla crisi ma il rischio prezzi resta alto

Mentre il conflitto in Ucraina entra nel suo terzo anno, un nuovo fronte di tensione energetica si apre per l’Europa, con effetti diretti anche sull’Italia. La recente crisi nello stretto di Hormuz e le minacce ai flussi di Gnl dal Qatar hanno riacceso i riflettori sulla fragilità degli approvvigionamenti, innescando una nuova corsa al gas.
L’Italia, in particolare, si trova in una posizione delicata. Ogni anno tra l’11 e il 12% del fabbisogno nazionale arriva dall’Emirato, una quota che alimenta in larga parte il rigassificatore di Piombino. Eppure, guardando ai numeri, il Paese parte da una posizione di forza che pochi altri in Europa possono vantare.

I dati sul gas in Italia
I dati presentati dall’amministratore delegato di Snam, Agostino Scornajenchi, durante il recente vertice di governo sono confortanti: le riserve italiane sono vicine al 50% della capacità, per la precisione al 47,4%. Una percentuale che colloca l’Italia ben al di sopra della media europea, ferma sotto il 30%, e nettamente davanti alla Germania, che si attesta intorno a un preoccupante 20%, pur ospitando il più grande sistema di stoccaggio del continente.
In termini assoluti, l’Italia può contare su 9,6 miliardi di metri cubi di gas in serbatoio, inclusa la riserva strategica, contro i 5,2 miliardi della Germania. Questo margine consente al Paese di evitare un’emergenza immediata, ma non lo mette al riparo dalle tensioni del mercato. Il vero termometro della crisi, infatti, è rappresentato dal prezzo. In soli due giorni le quotazioni del gas sono raddoppiate, sfiorando i 60 euro per Megawattora. Il mercato resta sotto pressione e, come spiegano gli esperti, gli spazi per forniture sostitutive a basso costo sono ormai molto limitati.
In questo contesto, l’Italia, che ad aprile inizierà a riempire gli stoccaggi in vista del prossimo inverno, deve fare i conti con una nuova fase di incertezza. Non si tornerà agli stoccaggi pubblici straordinari del 2022, quando i prezzi toccarono i 300 euro. Tuttavia, resta necessario predisporre un nuovo piano di emergenza per sostituire il gas qatariota in caso di crisi prolungata.
Come stanno gli altri paesi
Se per l’Italia il rischio appare gestibile nel breve periodo, per altri Paesi europei la situazione è più complessa. La Germania, che già fatica a chiudere l’inverno nonostante il ricorso al carbone, dovrà affrontare una sfida impegnativa per ricostituire le proprie scorte, in una campagna di acquisti che si preannuncia caratterizzata da prezzi elevati.
La Commissione europea, pur ribadendo che non vi è una situazione di emergenza e che il gas non manca, potrebbe presto essere chiamata a nuove iniziative. In passato Bruxelles ha imposto l’obbligo di riempire gli stoccaggi al 90% entro novembre e ha avviato il meccanismo degli acquisti comuni. Ora, con il mercato globale in tensione, potrebbero rendersi necessarie ulteriori misure per coordinare gli sforzi e contenere i prezzi.
Le riserve di petrolio
Sul fronte del petrolio, la situazione appare più delicata. Secondo i dati di Worldometers, l’Italia detiene riserve accertate pari a circa 579 milioni di barili, che rappresentano appena lo 0,033% delle riserve globali e collocano il Paese al 47° posto nel mondo. Si tratta di un quantitativo sufficiente a coprire circa 1,3 anni di consumo interno in assenza di importazioni. La produzione nazionale di greggio è in calo strutturale. Secondo i dati di Tradingeconomics, a ottobre 2025 — ultimi dati disponibili — la produzione ha raggiunto i 74.000 barili al giorno, in diminuzione rispetto agli 84.000 di settembre e al di sotto della media storica di 93.000 barili al giorno registrata dal 1993.
Sul fronte della domanda, il consumo energetico italiano nel 2025 è rimasto sostanzialmente stabile (-0,3%). La fattura petrolifera è stimata intorno ai 23 miliardi di euro, un livello favorito dal calo delle quotazioni internazionali. A certificarlo sono i dati di Unem (Unione Energie per la Mobilità).

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